
Quando si parla di collagene, il marketing cosmetico dice quasi sempre la stessa cosa: “questa crema stimola il collagene”.
Ma qui nasce la domanda vera: esistono davvero sostanze in grado di stimolare il collagene nella pelle oppure è solo marketing cosmetico?
La risposta è più complessa di quanto sembri.
Perché nella maggior parte dei casi, quando un cosmetico dichiara di stimolare il collagene, il claim è molto più forte delle prove disponibili.
Ma esistono alcune eccezioni interessanti.
Alcuni estratti vegetali, almeno nella letteratura sperimentale, mostrano effetti reali sui fibroblasti, sul collagene di tipo I e sulla matrice extracellulare.
In questo approfondimento analizziamo tre estratti vegetali molto interessanti:
Attenzione però: il fatto che una sostanza stimoli un fibroblasto in laboratorio non significa automaticamente che una crema applicata sulla pelle produca lo stesso effetto clinico.
Ed è proprio qui che si separano la scienza dal marketing.
Per capire se un ingrediente ha un razionale serio sul collagene, non basta leggere l’etichetta.
Bisogna vedere se nella letteratura scientifica succedono almeno tre cose precise:
Il fibroblasto è una cellula fondamentale del derma.
Produce collagene, elastina, fibronectina, glicosaminoglicani e molte altre componenti della matrice extracellulare.
Quando il fibroblasto funziona bene, il derma mantiene meglio struttura, compattezza e capacità di riparazione.
Quando invece il fibroblasto diventa meno efficiente, come accade con l’invecchiamento, il fotoinvecchiamento, lo stress ossidativo e l’infiammazione cronica, la produzione di matrice diminuisce e aumentano i processi degradativi.
Quindi parlare di “stimolare il collagene” significa, in realtà, parlare di un sistema biologico complesso.
Non basta aggiungere una parola attraente in etichetta.
Nel derma umano il collagene di tipo I è una delle principali proteine strutturali.
È una componente essenziale dell’impalcatura meccanica della pelle e contribuisce a resistenza, compattezza e sostegno.
Con l’età e con l’esposizione cronica ai raggi UV, il collagene può ridursi, frammentarsi e diventare progressivamente più disorganizzato.
Questo porta a un deterioramento della matrice extracellulare e contribuisce alla comparsa di rughe, perdita di tono, lassità e peggioramento della qualità cutanea.
Un ingrediente che aumenta davvero il collagene tipo I nei fibroblasti può quindi essere interessante.
Ma bisogna sempre chiedersi una cosa: quell’effetto è stato osservato in vitro, su cellule isolate, oppure su pelle umana reale con un prodotto finito?
La differenza è enorme.
Se c’è un estratto vegetale con una letteratura molto interessante sulla pelle, è la Centella asiatica.
La Centella asiatica è una pianta nota da tempo in ambito dermatologico e cosmetico, soprattutto per il suo utilizzo in prodotti lenitivi, riparativi e destinati alla barriera cutanea.
Ma ridurla a semplice ingrediente calmante sarebbe limitante.
Alcuni suoi componenti, in particolare i triterpeni come asiaticoside, madecassoside, asiatic acid e madecassic acid, sono stati studiati per effetti più specifici sulla matrice extracellulare.
Gli studi mostrano che alcuni derivati della Centella possono influenzare la sintesi di collagene, l’attività dei fibroblasti e processi collegati alla riparazione tissutale.
Uno dei meccanismi più interessanti riguarda la via TGF-β / Smad.
Questa via di segnalazione è molto importante perché il TGF-β è uno dei segnali biologici principali coinvolti nella regolazione della produzione di collagene.
Il punto interessante della Centella asiatica è che non parliamo solo di un generico effetto “lenitivo”.
In letteratura compaiono segnali più specifici:
In parole semplici, la Centella asiatica è una delle poche piante con un razionale biologico diretto sul collagene.
Questo non significa che qualsiasi crema alla Centella stimoli realmente il collagene nella pelle.
Significa che alcuni suoi componenti hanno mostrato effetti interessanti in modelli sperimentali e che l’estratto merita attenzione formulativa.
La differenza la faranno sempre estratto, standardizzazione, concentrazione, veicolo, stabilità e dati sul prodotto finito.
Quando parliamo di estratti vegetali, la standardizzazione è decisiva.
Dire “Centella asiatica” non basta.
Bisogna capire quale estratto è stato utilizzato, quali triterpeni contiene, in che percentuali, con quale solvente di estrazione, con quale purezza e con quale stabilità in formula.
Un estratto povero, poco caratterizzato o inserito a concentrazioni minime può essere usato soprattutto come leva di marketing.
Un estratto standardizzato, invece, permette un ragionamento molto più serio.
Personalmente considero la Centella uno degli estratti vegetali più interessanti quando si parla di matrice cutanea, ma il dato in vitro da solo non basta.
Serve capire cosa succede sulla pelle reale, con una formulazione reale e con misurazioni strumentali adeguate.
Il secondo estratto è forse ancora più interessante, perché non parliamo solo di produrre nuovo collagene, ma anche di difendere quello che è già presente.
Si tratta del Panax ginseng.
Il ginseng è una pianta molto studiata in ambito farmacologico, nutraceutico e cosmetico.
I suoi componenti più noti sono i ginsenosidi, molecole bioattive che possono influenzare diversi processi cellulari.
Nel contesto della pelle, alcuni studi mostrano che il Panax ginseng può:
Questo cambia completamente la prospettiva.
Perché l’invecchiamento cutaneo non è solo perdita di collagene.
È anche degradazione accelerata delle fibre già presenti.
Le metalloproteinasi, spesso abbreviate in MMP, sono enzimi coinvolti nella degradazione della matrice extracellulare.
Nel fotoinvecchiamento, la radiazione UV aumenta stress ossidativo, infiammazione e attivazione di vie cellulari che portano a una maggiore produzione di MMP.
Questo contribuisce alla degradazione del collagene e al deterioramento del derma.
Il ginseng è interessante perché alcuni studi suggeriscono un possibile doppio effetto:
In altre parole, il ginseng lavora potenzialmente sull’equilibrio tra produzione e degradazione del collagene.
Dal punto di vista biologico questo è molto rilevante, perché una pelle giovane non è solo una pelle che produce collagene.
È una pelle in cui sintesi e degradazione della matrice rimangono in equilibrio.
Tra il 2017 e il 2018, grazie a un bando europeo, ho studiato anch’io un estratto standardizzato di ginseng all’interno di una formulazione cosmetica più complessa.
In quella formulazione, il ginseng era presente insieme ad altri attivi emollienti, idratanti e funzionali.
Il sistema formulativo ha mostrato miglioramenti su parametri come idratazione cutanea e TEWL, cioè perdita d’acqua transepidermica.
Ma qui bisogna essere molto precisi.
Questo non significa attribuire automaticamente l’effetto al singolo ingrediente.
Nelle formulazioni reali entrano in gioco molti fattori: fase grassa, umettanti, emulsionanti, filmogeni, attivi, texture, pH, conservanti, veicolo e tollerabilità.
Attribuire tutto a un solo estratto sarebbe scorretto.
Ed è proprio questo il punto che distingue la cosmetologia seria dal marketing: una formula funziona come sistema, non come elenco di ingredienti isolati.
Il terzo estratto è probabilmente il più inaspettato di tutti: la cannella.
Quando si pensa alla cannella, si pensa quasi sempre a una spezia alimentare, non a un ingrediente legato alla sintesi di collagene.
Eppure uno studio molto interessante ha mostrato che un estratto di cannella può promuovere la biosintesi di collagene di tipo I attraverso l’attivazione della via IGF-I nei fibroblasti dermici umani.
Qui entriamo in un livello biologico più avanzato.
IGF-I, cioè insulin-like growth factor I, è un segnale coinvolto nella crescita cellulare, nell’attività dei fibroblasti e in processi legati alla rigenerazione dei tessuti.
Questo rende la cannella interessante dal punto di vista sperimentale.
Non perché una crema alla cannella debba essere automaticamente considerata anti-age.
Ma perché il meccanismo biologico osservato è specifico e merita attenzione.
La cannella però è anche un ottimo esempio di quanto sia pericoloso trasformare troppo velocemente un dato sperimentale in un claim cosmetico.
Una cosa è osservare un effetto su fibroblasti in laboratorio.
Un’altra cosa è formulare un prodotto topico sicuro, stabile, tollerabile ed efficace sulla pelle umana.
La cannella e alcuni suoi componenti aromatici possono presentare anche criticità di tollerabilità cutanea.
Estratti, oli essenziali e molecole aromatiche non devono essere banalizzati, soprattutto su pelli sensibili, reattive, con dermatite o rosacea.
Quindi la cannella è biologicamente interessante, ma non significa che debba essere usata in modo superficiale nei cosmetici.
Anzi, proprio perché può essere attiva, va valutata con attenzione.
Adesso però arriva il punto più importante.
I risultati presenti nella letteratura derivano principalmente da:
Questo cambia tutto.
Stimolare un fibroblasto in laboratorio non significa ottenere lo stesso effetto con una crema sulla pelle reale.
Nel laboratorio l’ingrediente può essere messo direttamente a contatto con le cellule.
Sulla pelle reale, invece, deve superare lo strato corneo, rimanere stabile, arrivare in quantità sufficiente, non degradarsi, non irritare e agire in un contesto biologico molto più complesso.
Ed è qui che entra in gioco il vero limite della cosmetica.
La pelle non è una spugna.
Lo strato corneo è una barriera biologica progettata per limitare l’ingresso delle sostanze esterne.
Per questo motivo un ingrediente attivo in vitro può non avere la stessa efficacia quando viene applicato topicamente.
Per ottenere un effetto reale servono diversi requisiti:
Questo è il motivo per cui personalmente considero fondamentali i dati ottenuti sul prodotto finito.
Un ingrediente promettente non basta.
Serve una formula che lo renda realmente utilizzabile.
Molte aziende comunicano ingredienti sulla base di studi condotti dal fornitore della materia prima.
Questo non è necessariamente sbagliato, ma è incompleto.
Uno studio su un estratto non dimostra automaticamente l’efficacia del cosmetico finale.
Il prodotto finito ha una sua identità formulativa.
La stessa sostanza può comportarsi diversamente in emulsione, gel, siero, crema anidra o sistema lipidico.
Può essere più o meno stabile, più o meno disponibile, più o meno penetrante e più o meno tollerabile.
Per questo motivo i test più utili sono quelli condotti direttamente sul prodotto finito, possibilmente con valutazioni strumentali.
Per studi clinici seri non intendo semplici test d’uso aziendali o questionari soggettivi.
Intendo valutazioni ben progettate, con parametri misurabili come idratazione, TEWL, elasticità, rugosità, imaging cutaneo, texture, eritema o altri indicatori coerenti con l’obiettivo del prodotto.
Un altro errore molto comune è pensare che un estratto vegetale sia automaticamente delicato, sicuro o efficace solo perché naturale.
Non è così.
Gli estratti vegetali sono miscele chimiche complesse.
Possono contenere triterpeni, polifenoli, saponine, aldeidi, flavonoidi, oli essenziali, acidi organici e molte altre sostanze.
La loro attività dipende dalla composizione, dal metodo di estrazione, dalla standardizzazione e dalla concentrazione.
La loro tollerabilità dipende anche dal tipo di pelle e dalla formula.
Quindi “naturale” non è una prova di efficacia.
E non è nemmeno una garanzia di sicurezza assoluta.
La cosmetologia seria deve valutare gli estratti vegetali come qualsiasi altra sostanza: con dati, razionale, limiti e test.
Tra i tre estratti, la Centella asiatica è probabilmente quello con la letteratura più coerente e consolidata in ambito cutaneo, soprattutto per il suo legame con riparazione, matrice extracellulare e triterpeni bioattivi.
Il Panax ginseng è estremamente interessante perché lavora potenzialmente su entrambi i lati dell’equazione: aumento del collagene e riduzione della degradazione mediata da MMP.
La cannella è forse la più sorprendente dal punto di vista meccanicistico, perché il riferimento alla via IGF-I è biologicamente molto interessante, ma resta anche quella da valutare con maggiore prudenza dal punto di vista formulativo e della tollerabilità.
Quindi non esiste una risposta unica.
Dipende dall’obiettivo della formula.
Se l’obiettivo è barriera, lenitività e matrice, la Centella è molto interessante.
Se l’obiettivo è fotoinvecchiamento e protezione del collagene, il ginseng merita attenzione.
Se l’obiettivo è esplorare vie biologiche meno comuni, la cannella è intrigante, ma non va banalizzata.
La risposta corretta è questa: alcuni estratti vegetali mostrano attività pro-collagene a livello cellulare.
I più interessanti, tra quelli analizzati, sono Centella asiatica, Panax ginseng e cannella.
Ma questo non equivale automaticamente a efficacia clinica sulla pelle.
Tra un risultato in vitro e un reale effetto anti-age su un volto umano esiste una distanza enorme.
In quella distanza entrano formulazione, stabilità, concentrazione, penetrazione cutanea, tollerabilità e qualità dei test sul prodotto finito.
Ed è esattamente in quella distanza che spesso nasce il marketing.
Un’azienda prende un dato sperimentale interessante e lo trasforma in una promessa troppo forte.
La comunicazione corretta dovrebbe essere più prudente: “questo ingrediente ha un razionale biologico interessante”, non “questa crema ricostruisce il collagene”.
Quindi cosa possiamo dire davvero?
Alcuni estratti vegetali mostrano attività pro-collagene a livello sperimentale.
Tra i più interessanti troviamo Centella asiatica, Panax ginseng e cannella.
La Centella asiatica ha un razionale importante sulla matrice extracellulare e sui segnali collegati al TGF-β / Smad.
Il Panax ginseng è interessante perché può agire sia sulla sintesi del collagene sia sui processi di degradazione associati alle MMP.
La cannella è sorprendente perché alcuni dati indicano un possibile coinvolgimento della via IGF-I nella biosintesi del collagene tipo I.
Ma il messaggio finale deve rimanere scientificamente onesto.
Questi dati non significano automaticamente che una crema contenente uno di questi estratti stimoli realmente il collagene nella pelle umana.
Per parlare di efficacia cosmetica servono prodotti finiti ben formulati, concentrazioni adeguate, sistemi veicolanti coerenti e studi strumentali seri.
Perché tra un fibroblasto in laboratorio e una pelle reale c’è una distanza enorme.
Ed è proprio lì che si separano la scienza dal marketing.
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