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Vitamina C nelle Creme: Penetra Davvero nella Pelle?

Vitamina C nelle creme e nei sieri: penetra davvero nella pelle o è solo marketing? In questo approfondimento vediamo cos’è l’acido L-ascorbico, perché è instabile, quali condizioni servono per la penetrazione cutanea, il ruolo del pH, dei derivati cosmetici e i possibili effetti su collagene, macchie, rughe e pelle sensibile.

IN QUESTO VIDEO PARLIAMO DI:

Vitamina C cosmetica: ingrediente potente o sopravvalutato?
Cos’è davvero l’acido L-ascorbico e perché è instabile
Barriera cutanea, pH e penetrazione nella pelle
Collagene, antiossidanti, macchie e fotoinvecchiamento
Derivati della vitamina C: MAP, SAP, ATIP e THD
Effetti collaterali, pelle sensibile e rosacea

DESCRIZIONE E APPROFONDIMENTI

Vitamina C nelle creme: penetra davvero nella pelle?

Quando si parla di skincare, pochi ingredienti sono famosi quanto la vitamina C.

La troviamo ovunque: sieri, creme, maschere, fiale, trattamenti illuminanti, prodotti anti-age e cosmetici pensati per macchie cutanee, rughe e perdita di luminosità.

Secondo il marketing, la vitamina C sarebbe in grado di ridurre le rughe, schiarire le macchie, stimolare il collagene, proteggere la pelle dai radicali liberi e migliorare la luminosità del viso.

Insomma, viene spesso presentata come uno degli ingredienti più potenti dell’anti-aging cosmetico.

Ma qui nasce una domanda fondamentale: la vitamina C nelle creme penetra davvero nella pelle oppure è uno degli ingredienti più sopravvalutati della cosmetica?

La risposta è più interessante di quanto sembri: la vitamina C può penetrare nella pelle, ma solo se la formulazione rispetta condizioni chimiche molto precise.

Per capirlo dobbiamo analizzare tre aspetti fondamentali: la chimica della vitamina C, la struttura della barriera cutanea e gli studi scientifici sulla penetrazione cutanea.

Cos’è davvero la vitamina C

La vitamina C, dal punto di vista chimico, è l’acido L-ascorbico.

È una molecola idrosolubile che svolge numerose funzioni biologiche importanti.

Tra le principali troviamo:

  • attività antiossidante;
  • partecipazione alla sintesi del collagene;
  • protezione dallo stress ossidativo;
  • modulazione della pigmentazione cutanea;
  • supporto alla funzione biologica della pelle.

Proprio per queste funzioni, la vitamina C è stata proposta come ingrediente anti-age topico e come sostanza utile nei prodotti per pelle spenta, macchie, rughe e fotoinvecchiamento.

Ma esiste un problema molto importante: la vitamina C pura è chimicamente instabile.

È sensibile a ossigeno, luce e calore, e tende a degradarsi rapidamente trasformandosi in molecole meno attive.

Questo significa che formulare un cosmetico stabile a base di vitamina C non è affatto semplice.

Non basta scrivere “vitamina C” sull’etichetta. Conta la forma chimica utilizzata, il pH, il packaging, la concentrazione, la presenza di antiossidanti stabilizzanti e la qualità complessiva della formula.

Il problema della barriera cutanea

Il secondo problema riguarda la struttura della pelle.

Lo strato più esterno della pelle si chiama strato corneo.

Questa struttura funziona come una vera e propria barriera biologica, progettata per limitare l’ingresso di sostanze esterne e ridurre la perdita di acqua.

Per penetrare efficacemente nella pelle, una molecola deve avere alcune caratteristiche specifiche: dimensione molecolare relativamente piccola, adeguata lipofilia e capacità di attraversare la matrice lipidica dello strato corneo.

Ed è qui che nasce la difficoltà.

La vitamina C pura, cioè l’acido L-ascorbico, è fortemente idrofila, cioè affine all’acqua.

Questa caratteristica rende più difficile la sua diffusione attraverso lo strato corneo, che è invece ricco di lipidi.

Quindi il problema non è solo se la vitamina C sia utile in teoria. Il problema è se riesce davvero ad arrivare dove deve agire.

La vitamina C penetra davvero nella pelle?

Nonostante queste difficoltà, diversi studi hanno mostrato che l’acido L-ascorbico può penetrare nella pelle, ma solo in determinate condizioni.

Uno degli studi più citati sulla penetrazione cutanea della vitamina C ha dimostrato che l’assorbimento dipende soprattutto da due fattori:

  • il pH della formulazione;
  • la concentrazione di vitamina C.

In particolare, la penetrazione cutanea aumenta quando il pH della formula è inferiore a circa 3,5 e quando la concentrazione di acido L-ascorbico è nell’ordine del 10–20%.

In queste condizioni la vitamina C può attraversare lo strato corneo e raggiungere l’epidermide.

Questo però significa anche un’altra cosa: molte creme o sieri che contengono vitamina C a basse concentrazioni, con pH non adeguato o in forme instabili potrebbero avere un’efficacia molto inferiore rispetto a quanto suggerisce il marketing.

Quindi la vitamina C può funzionare, ma non tutte le formule alla vitamina C funzionano allo stesso modo.

Quanto arriva davvero nella pelle?

Gli studi che hanno misurato direttamente la concentrazione di vitamina C nei tessuti cutanei hanno mostrato un dato interessante.

Dopo applicazione topica è possibile osservare un aumento misurabile della vitamina C nella pelle.

Tuttavia questo aumento non è illimitato.

La pelle sembra avere una sorta di saturazione biologica, oltre la quale l’assorbimento non aumenta significativamente.

Nello studio di Pinnell e collaboratori, per esempio, i livelli cutanei raggiungevano una saturazione dopo alcune applicazioni e la vitamina C rimaneva nei tessuti per diversi giorni.

Questo dato è importante perché ci ricorda che aumentare continuamente la concentrazione non significa necessariamente ottenere un risultato proporzionalmente migliore.

Oltre una certa soglia possono aumentare soprattutto irritazione, pizzicore e scarsa tollerabilità.

Effetti biologici della vitamina C sulla pelle

Quando riesce a penetrare nella pelle, la vitamina C può esercitare diversi effetti biologici.

Il primo riguarda la sintesi del collagene.

La vitamina C è un cofattore essenziale per gli enzimi coinvolti nella maturazione del collagene. Per questo motivo può contribuire al miglioramento dell’aspetto della pelle fotoinvecchiata, soprattutto se inserita in una formulazione efficace e usata con continuità.

Il secondo effetto riguarda l’attività antiossidante.

La vitamina C è uno degli antiossidanti più studiati nella dermatologia cosmetica e può contribuire a neutralizzare le specie reattive dell’ossigeno generate dall’esposizione ai raggi UV e dallo stress ambientale.

Il terzo effetto riguarda la pigmentazione cutanea.

La vitamina C può interferire con alcuni passaggi della sintesi della melanina e per questo viene utilizzata nei prodotti destinati a pelle spenta, discromie e iperpigmentazioni.

Attenzione però: questo non significa che una crema alla vitamina C possa cancellare da sola melasma, macchie profonde o iperpigmentazioni complesse.

In molti casi serve una strategia più ampia, che può includere fotoprotezione rigorosa, attivi depigmentanti, trattamenti dermatologici e valutazione delle cause predisponenti.

Derivati della vitamina C nelle formule topiche

Proprio a causa dei problemi di stabilità e penetrazione dell’acido ascorbico puro, l’industria cosmetica ha sviluppato diversi derivati della vitamina C.

Queste molecole sono state progettate per cercare di risolvere alcuni limiti dell’acido L-ascorbico, come instabilità chimica, ossidazione rapida, difficoltà di penetrazione cutanea e necessità di pH molto acidi.

I principali derivati utilizzati nelle formule cosmetiche sono:

  • Magnesium Ascorbyl Phosphate, o MAP;
  • Sodium Ascorbyl Phosphate, o SAP;
  • Ascorbyl Glucoside;
  • Ascorbyl Tetraisopalmitate, o ATIP;
  • Tetrahexyldecyl Ascorbate, spesso abbreviato THD;
  • Ascorbyl Palmitate;
  • Disodium Isostearyl 2-O-L-Ascorbyl Phosphate.

L’idea alla base di questi derivati è semplice: creare molecole più stabili, più tollerabili e più facilmente formulabili, che possano penetrare nella pelle e poi essere convertite lentamente in vitamina C attiva.

Ma anche qui bisogna essere precisi: non tutti i derivati hanno lo stesso livello di evidenza scientifica.

Alcuni sono molto interessanti dal punto di vista formulativo, ma hanno meno studi clinici rispetto all’acido L-ascorbico puro.

Acido L-ascorbico: il più studiato, ma anche il più difficile

L’acido L-ascorbico è la forma pura e biologicamente attiva della vitamina C.

È anche la forma più studiata in dermatologia cosmetica.

Il vantaggio è che non deve essere convertita: è già vitamina C attiva.

Lo svantaggio è che è instabile, si ossida facilmente e richiede spesso un pH molto acido per penetrare in modo efficace.

Questo pH acido può essere un problema per molte persone con pelle sensibile, rosacea, dermatite o barriera cutanea compromessa.

Quindi l’acido L-ascorbico può essere molto efficace, ma non è necessariamente la scelta migliore per tutti.

Ascorbyl Tetraisopalmitate e Tetrahexyldecyl Ascorbate

Tra i derivati più interessanti troviamo le forme lipofile, come Ascorbyl Tetraisopalmitate e Tetrahexyldecyl Ascorbate.

In questi casi la molecola viene modificata legandola a catene lipidiche.

Questa modifica rende il derivato più affine ai lipidi cutanei e teoricamente più adatto ad attraversare la matrice lipidica dello strato corneo.

Inoltre queste forme sono generalmente più stabili dell’acido ascorbico puro e possono essere formulate a pH meno acidi.

Questo può migliorare la tollerabilità, soprattutto nelle persone che non sopportano bene i sieri acidi ad alta concentrazione.

Tuttavia, la letteratura clinica sull’uomo per questi derivati è meno ampia rispetto a quella sull’acido L-ascorbico.

Quindi sono forme molto interessanti, ma non bisogna interpretarle automaticamente come superiori in ogni situazione.

Derivati fosfati: MAP e SAP

Altri derivati molto utilizzati sono il Magnesium Ascorbyl Phosphate e il Sodium Ascorbyl Phosphate.

Queste forme sono più stabili dell’acido L-ascorbico e possono essere formulate a pH meno aggressivi.

Per questo motivo sono spesso usate in prodotti destinati a pelli sensibili o in formule dove si vuole ridurre il rischio di irritazione.

Il loro limite è che devono essere convertite nella pelle in vitamina C attiva.

Quindi l’efficacia dipende non solo dalla presenza del derivato in formula, ma anche dalla sua capacità di penetrare, dalla conversione cutanea e dalla qualità complessiva del prodotto.

Disodium Isostearyl 2-O-L-Ascorbyl Phosphate

Un derivato particolarmente interessante è il Disodium Isostearyl 2-O-L-Ascorbyl Phosphate.

Si tratta di una forma anfifilica della vitamina C, cioè una molecola che combina caratteristiche idrofile e lipofile.

Alcuni studi sperimentali hanno mostrato effetti su fibroblasti dermici, sintesi del collagene, proliferazione cellulare e modulazione di enzimi coinvolti nella degradazione della matrice extracellulare.

Questi dati sono interessanti dal punto di vista biologico, ma rimane sempre il punto centrale: il passaggio dagli studi sperimentali ai risultati clinici sul prodotto finito richiede cautela.

Una molecola promettente in laboratorio non equivale automaticamente a un cosmetico clinicamente superiore.

Vitamina C e macchie cutanee

La vitamina C viene spesso proposta per le macchie cutanee e per l’iperpigmentazione.

Il razionale esiste, perché la vitamina C può interferire con alcuni processi legati alla sintesi della melanina.

Tuttavia, le macchie cutanee sono un problema complesso.

Non tutte le iperpigmentazioni sono uguali: macchie solari, melasma, iperpigmentazione post-infiammatoria e discromie da acne possono avere meccanismi e profondità diverse.

Per questo motivo, la vitamina C può essere utile come parte di una strategia cosmetica più ampia, ma difficilmente rappresenta da sola una soluzione definitiva.

La fotoprotezione quotidiana rimane fondamentale, perché senza protezione solare anche il miglior siero antimacchia rischia di dare risultati molto limitati.

Possibili effetti collaterali della vitamina C

La vitamina C topica è generalmente considerata un ingrediente cosmetico relativamente sicuro e ben tollerato.

Tuttavia, non è completamente priva di effetti collaterali.

Il problema più comune è l’irritazione cutanea.

In alcune persone l’applicazione di vitamina C topica può provocare:

  • bruciore;
  • rossore;
  • pizzicore;
  • sensazione di calore;
  • secchezza;
  • peggioramento della sensibilità cutanea.

Questo fenomeno è particolarmente frequente quando si utilizzano prodotti contenenti acido L-ascorbico ad alte concentrazioni, spesso tra il 10% e il 20%, e con pH molto acido.

Infatti molti sieri alla vitamina C sono formulati con pH inferiore a 3,5 proprio per favorire la penetrazione cutanea.

Questa acidità può però risultare irritante, soprattutto nelle persone con pelle sensibile.

Vitamina C, pelle sensibile e rosacea

Un altro aspetto da considerare riguarda le persone con pelle molto reattiva.

In soggetti con pelle sensibile, dermatite irritativa, barriera cutanea compromessa o rosacea, le formulazioni acide di vitamina C possono provocare un peggioramento temporaneo dei sintomi, come arrossamento, bruciore o pizzicore.

Per questo motivo, in questi casi, possono essere preferite forme derivate più stabili e meno acide, come alcuni derivati fosfati della vitamina C o formule progettate specificamente per pelli sensibili.

La scelta non dovrebbe basarsi solo sulla fama dell’ingrediente, ma sulla tollerabilità reale della pelle.

Un prodotto molto attivo ma irritante può diventare controproducente, soprattutto quando la barriera cutanea è già fragile.

Il vero problema: non l’ingrediente, ma la formulazione

La vitamina C è uno degli esempi migliori per capire un concetto fondamentale della cosmetologia: non basta conoscere l’ingrediente, bisogna conoscere la formulazione.

Due prodotti possono entrambi dichiarare “vitamina C” in etichetta, ma avere effetti completamente diversi.

Conta la forma chimica utilizzata. Conta la concentrazione. Conta il pH. Conta il packaging. Conta la stabilità nel tempo. Conta la presenza di sostanze stabilizzanti, come vitamina E o acido ferulico. Conta anche il tipo di pelle su cui viene applicata.

Per questo motivo dire “la vitamina C funziona” o “la vitamina C non funziona” è troppo semplice.

La domanda corretta è: quale vitamina C, in quale formula, a quale concentrazione, con quale pH, su quale pelle e con quale obiettivo?

Conclusione

Quindi, la vitamina C nelle creme penetra davvero nella pelle?

La risposta è sì, ma non sempre e non in qualsiasi formula.

L’acido L-ascorbico può penetrare nella pelle quando la formulazione è progettata correttamente, soprattutto con pH sufficientemente acido e concentrazioni adeguate.

Quando riesce ad arrivare nei tessuti cutanei, può contribuire ad attività antiossidante, sintesi del collagene, miglioramento del fotoinvecchiamento e modulazione della pigmentazione.

Ma la vitamina C è anche instabile, difficile da formulare e potenzialmente irritante nelle forme più acide e concentrate.

I derivati possono migliorare stabilità e tollerabilità, ma non sempre hanno lo stesso livello di evidenza clinica dell’acido L-ascorbico.

Il messaggio corretto, quindi, non è che la vitamina C sia un miracolo cosmetico.

Ma non è nemmeno solo marketing.

La vitamina C è un ingrediente scientificamente interessante, ma la sua efficacia dipende fortemente dalla qualità della formulazione.

Come spesso accade nella skincare, la differenza non la fa solo l’ingrediente.

La fa la formula.

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